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Che cosa abbiamo imparato nel biennio più nero

Il 2021 dell’automotive (ma non solo) venne introdotto nel dicembre 2020 dalle parole di Akio Toyoda, Ceo di Toyota Motor: “L’auto elettrica è un business immaturo, con costi energetici e sociali insostenibili. I politici che dicono di volersi liberare di tutte le auto a benzina capiscono il significato di ciò che stanno dicendo?”. Un anno dopo siamo ancora qui. Il 2022 dell’automotive (ma non solo) viene introdotto a dicembre 2021 dalle parole ancora di Akio Toyoda: “È l’energia che si utilizza per alimentare i veicoli a fare la differenza. Se non è pulita, l’uso di un veicolo elettrificato, di qualsiasi tipo, non porterebbe a zero emissioni di CO2”. Ancora, per spiegare la strategia di diversificazione del prodotto scelta dal Gruppo giapponese: “Oggi si potrebbe pensare che sarebbe più efficiente concentrarsi su meno scelte. Tuttavia, riteniamo che adattarsi rapidamente ai cambiamenti futuri sia più importante che cercare di prevedere il futuro, che è incerto”.
Alle parole di Toyoda del dicembre scorso hanno fatto seguito identiche prese di posizione, nel corso dell’anno che si sta chiudendo, da parte dei vertici di quasi tutti i Costruttori. E la diversificazione sarà la strategia per la maggior parte dei Costruttori nel 2022 e seguenti, in attesa di una risposta dai contorni più definiti da parte del mercato – che comunque, per quanto si parli di cliente-centricità, non sarà mai condizionato solo dalla domanda.

Adattarsi rapidamente ai cambiamenti futuri è più importante che cercare di prevedere il futuro, dice Toyoda. È la via senza ritorno. Infatti “efficienza”, “snellezza”, “velocità” sono vocaboli e concetti che sono tornati nel corso dell’anno, e continuano tornare adesso che l’anno va a concludersi. Qualcuno ci diceva, nei giorni scorsi: è uno di quei discorsi che sento fare da 30 anni, ma poi… Una risposta, secca, potrebbe essere: è vero, è così. Un’altra potrebbe essere: è vero, è così, ma poi questa volta tutto appare diverso, e forse lo è davvero. La seconda risposta appare più pertinente, al momento. È quello che sta accadendo. L’industria ha impostato (e imposto) il business su valori che oggi non sembrano più avere valore autentico, per dirla con un’altra parola d’oggi non sono più “sostenibili”. La pandemia c’è stata e c’è, non era prevedibile e innegabilmente ha fatto danni enormi. Ma gli altri elementi la cui forza si è abbattuta sul settore – dalla stretta dei legislatori sulle istanze ambientali alla crisi dei semiconduttori – erano ampiamente sotto gli occhi di tutti e potevano essere controllati. Non è stato fatto, si paga il conto e si guarda avanti, non indietro. Quel che è stato è lì, non lo si può cambiare, fa storia. E la Storia ha un solo utile da offrire: l’insegnamento che se ne può trarre.

Efficiente, snella, veloce (nelle risposte, che sono frutto dell’adattamento alle domande). Questo ci dice di aver imparato dalla lezione del biennio 2020-2021 l’industria dell’auto: la necessità di diventare così. E ci dice anche, da Toyoda in avanti, che questa inversione di marcia presenta un conto, fatto di più voci. Il costo industriale, il costo sociale. Elencare il numero dei posti di lavoro che si perderanno nella trasformazione – senza quasi mai porre l’accento sul numero di quelli che la riconversione tecnologica potrà comunque creare / assorbire – è più che un avvertimento su possibili futuri scenari. È proprio ed esattamente affermare: accadrà questo, anzi: sta accadendo già. E questa voce del conto, ci dice anche l’industria dell’auto, non è materia che la riguardi. Accadrà, vi abbiamo avvisato, e poi: vi avevamo avvisato, quando sarà il momento. Posizione lecita, posizione non lecita: non è questo il punto. Il punto, che poi è stato anch’esso il tema del biennio, è che un Governo, che sia di un singolo Stato o di più Stati riuniti in Unione o Federazione, ha l’obbligo di governare davvero, ovvero di guidare dalla partenza all’arrivo qualunque processo metta in moto, di conservazione o di trasformazione che sia. Deve prevedere le conseguenze delle decisioni che prende e deve accompagnare gli adattamenti del sistema che governa alle decisioni che ha preso. Qui e ora, limitandoci soltanto all’ambito dell’automotive, non è questo ciò che sta accadendo.

Soprattutto in Italia. Vi siamo abituati, noi italiani? Naturalmente sì, e siamo cresciuti (?) imparando a far fruttare in qualche modo una simile stortura. Ma questo sistema oggi non regge più. Per tornare alla terminologia di attualità: non è più sostenibile. In altra parte del giornale evidenziamo come, e per quali ragioni, l’Italia rischi di uscire dalla mappa dell’automotive. Un rischio concreto. Ma c’è un rischio ancora più grande che incombe, in verità: che l’Italia tutta esca dalla mappa del futuro. Che è già adesso. @

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