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Competizione economica, a rischio la mitigazione climatica

Con l’Unione europea, Germania in testa, sempre meno in grado di esprimere una politica davvero unitaria per controbattere la competizione economica tra grandi potenze come Cina e Stati Uniti.

C’è poco da fare: il vecchio contro il nuovo perde.
Mike Tyson, nonostante un cachet milionario e l’aspetto di un bulldozer a vapore, ha potuto poco nei confronti di Jake Paul, lo YouTuber di trent’anni più giovane. Iron Mike, per chi ci crede, ha fatto una fatica improba a mantenere all’impiedi il suo scheletro, privo del brio della giovane età, forte solo di un’esperienza ormai trascurabile.
Una storia che sa muffatìccio, però, come quella dell’Unione europea che prosegue il proprio cammino di crescita producendo più di quanto facesse nel 2019. È così. In termini di produzione industriale, nonostante tra i Paesi Ue si trovi la locomotiva tedesca in calo del 9% rispetto al 2019, la Francia in arretramento del 5% e poi l’Italia che, con una flessione del 3,5%, riesce comunque a dimostrare un ottimo livello di resilienza, resiste una porzione consistente dell’Unione dove la produzione ha solo rallentato, come in Polonia dove si cresce del 23%, o in Grecia del 21%, oppure in Belgio del 13%, o ancora nei Paesi Bassi, dove la crescita si attesta nell’ordine del 9%. Quello che sta succedendo è che il centro del polo produttivo europeo sta migrando verso oriente, che la crisi sta stringendo la propria morsa in maniera disomogenea e che la Germania deve ricorrere al più presto a misure di emergenza.
Dall’inizio del conflitto in Ucraina di quasi tre anni fa, le aziende tedesche hanno fatto la parte del pugile suonato, prese a pugni prima di tutto dall’impennata dei prezzi dell’energia, legata anche all’abbandono del nucleare, poi dal rallentamento della domanda in Cina, quindi dall’inasprimento della concorrenza, poi dai lavoratori insoddisfatti e in ultimo da un governo il cui comportamento non sembra essere adeguato al contesto attuale.
Ma se nella transizione elettrica il costo dell’energia rappresenta la causa principale dell’evoluzione della crisi è evidente come le aziende tedesche (ma anche quelle europee in generale) abbiano subìto una riduzione della loro competitività. Come andare sul ring completamente bendati.
Non va dimenticato che dopo il picco dei prezzi del gas toccato nel 2022, oggi in Europa il gas costa quattro volte di più rispetto a quello americano, con pesanti ricadute anche sui prezzi dell’elettricità.
E quando un costo diventa strutturale non si può che assorbirlo nelle partite aziendali, con la conseguenza di diventare un po’ meno desiderabili per gli investitori.
Infatti, le azioni delle società tedesche sono aumentate solo del 3% da inizio 2022, rispetto al 16% di quelle dei Paesi “ricchi” nel loro complesso. Se a questo si somma l’aggravante del costo del denaro, con le operazioni di lungo periodo gestite dalle banche centrali per controllare l’inflazione, non deve stupire un comportamento attendista da parte delle aziende sul fronte di investimenti destinati a sostenere la sfida necessaria per cavalcare l’onda delle tecnologie pulite; con l’Unione europea, Germania in testa, sempre meno in grado di esprimere una politica davvero unitaria per controbattere la competizione economica tra grandi potenze come Cina e Stati Uniti.
Una situazione che mostra il fianco dove poter assestare un comodo gancio, però: ostilità e competizione economica tra grandi potenze mettono a rischio le politiche di mitigazione climatica. Le politiche ambientali non possono essere efficaci senza la totale cooperazione tra le nazioni, e il bisogno di separare i mercati nazionali per evitare rapporti di dipendenza fa immaginare sviluppi tutt’altro che edificanti per le filiere, incrementando la spesa delle tecnologie verdi.
C’è poi da considerare la capacità produttiva tra le diverse regioni, dove oggi appare poco realistica per molti Paesi una competizione con la Cina. Per questo l’apertura alle importazioni rimane di fondamentale importanza per lo sviluppo dell’industria cleantech.
In questo momento per l’Unione avrebbe senso una strategia con finalità distensive, piuttosto che a una serie di politiche protezioniste.
Nessuna chance, chiusi in difesa.

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