Cerca
Cerca

Cruda e spietata, l’era glaciale del digitale

Laure: “Tutto cambierà, ma il cambiamento bisogna sceglierlo, non subirlo. Ricordi cosa dice il principe di Salina alla fine de Il Gattopardo?”.
Alain: “Sì, certo: bisogna che tutto cambi perché nulla cambi”.
L: “Esattamente”.
A: “È una citazione strana”.
L: “Perché?”
A: “Tutti la ripetono, la sento dire ovunque”.
L: “Non credevo fossi così spietato…”.
A: “No, non parlo di te. Dico solo che trova più riscontro oggi che quando Tomasi di Lampedusa la scrisse, mezzo secolo fa”.
L: “Perché è la fine di un mondo?”.
A: “Forse c’è motivo di essere preoccupati, sì”.

Laure è (incaricata di essere) il motore della trasformazione digitale della casa editrice che Alain dirige. Laure ha un approccio integralista, il digitale e poi null’altro; Alain, che pure ama le edizioni di carta, da imprenditore deve abbracciare e quindi abbraccia il digitale, anche se non ne comprende la necessità di fare terra bruciata di tutto ciò che c’era prima – fino a che non comprende che si tratta di una necessità non ideologica ma di una caratteristica della natura stessa del digitale.

“Doubles Vies” (in Italia con il titolo “Il gioco delle coppie) è un film francese del 2018. Molto parlato. Azione vera e propria poca, sebbene – si parla di doppie vite, come da titolo originale – uno dei piani di narrazione della storia sia quello degli adulteri, che fioccano. Molte parole, e dialoghi fulminanti, come si dice: intelligenti, che costringono ad un ascolto analogico – del tipo: si ascolta e nel frattempo si ascolta, senza fare altro che quello. Perché poi il piano di narrazione centrale è proprio quello, la contrapposizione tra analogico e digitale, o meglio il contrario, poiché al centro del dibattito c’è la natura disruptiva, quasi negazionista, del digitale. Che muovendosi all’interno di uno spazio che con esso stesso nasce è risultato, e ancora risulta a volte, impercettibile ai sensi “analogici”. Non si vede, non si sente, ma c’è, viene, è arrivato e tutto ha inglobato in sé, trasformandolo. Con l’algida crudezza di un algoritmo. Il passato? Sepolto, sempre che davvero sia mai esistito – Google che dice?

L’automobile è stata proprio così, ferocemente disruptiva, dal suo apparire in avanti. Ha cambiato i connotati della società, della nostra vita, del mondo che abitiamo, spostando confini, infrangendo barriere, installandosi al centro del nostro stile di vita, condizionandolo, modificandolo per sempre. 

Anche il telefono cellulare ha fatto questo, un secolo circa più tardi. Assurgendo anch’esso a simbolo di libertà individuale, proprio come l’automobile, e della filosofia e dello stile di vita “quando vuoi, dove vuoi, come vuoi”.

Il cellulare si è poi evoluto in smartphone, lo strumento di liberà individuale per eccellenza, l’intera vita di ciascuno di noi lì dentro mixata con una quantità di funzioni e di opzioni per collegarci al resto del mondo – “quando vuoi, dove vuoi, come vuoi” all’ennesima potenza – e con annesse patologie, a cominciare dal disturbo di attenzione sempre più diffuso e spesso spacciato per capacità di essere multitasking, e quindi eletto ormai a qualità. 

L’automobile è basicamente rimasta quella che era: mezzo di trasporto, mentre lo smartphone – figlio del cellulare e del digitale, da semplice evoluzione è divenuto qualcosa che non c’era mai stata prima. L’automobile continua ancora oggi a raccontare se stessa come strumento di libertà individuale; per farlo, però, la sua narrazione sempre più ha dovuto cambiare prospettiva: da strumento di libertà all’interno dell’ambiente esterno che era, oggi ci viene più spesso rappresentata come strumento che garantisce la libertà individuale al suo proprio interno, dentro l’abitacolo, perché in grado di essere estensione, supporto, gruppo di appoggio, dello smartphone che ciascuno di noi porta in tasca, dello stile di vita digitale che lo smartphone ha contribuito a diffondere. Il passaggio è stato da “il telefono cellulare fa le stessa cosa che fa l’automobile: si muove con noi” a “l’automobile fa la stessa cosa che fa lo smartphone: ci connette alla Rete”.

“Doubles Vies”, il film, non offre risposte, non ci dice se il digitale con tutto quello che comporta sia migliore dell’analogico con tutto quello che comporta – sebbene la voluta rappresentazione della spietatezza del digitale sia già di per sé un giudizio. Ci dice che il progresso di una società, nel senso del suo procedere nello spazio e nel tempo, è inarrestabile. Ci dice che indietro non si torna, e che il meglio che il passato possa fare di fronte all’incedere di un presente disruptivo sia quello di cedere il passo dove deve e difendere le proprie posizioni dove può. Senza rimpianti, senza nostalgie, conservando la memoria e coltivando la consapevolezza di sé. Anche se, forse c’è davvero di che essere preoccupati, sì. @

Editoriali e commenti
Iscriviti alla newsletter
Ogni settimana le principali news direttamente nella tua casella email.