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Di costi, investimenti e dibattito sociale che ha perso la ‘e’

Gennaio 2022, partiamo leggeri. “Vedremo tra qualche anno quali Costruttori saranno sopravvissuti e quali no” (Carlos Tavares, Ceo del Gruppo Stellantis, gennaio 2022). Ma anche: “Come accade per ogni svolta tecnologica, c’è chi si adatta prima e chi invece non riesce o non vuole adattarsi e rischia di scomparire”. (Francesco Starace, Ceo di Enel, gennaio 2022).

Nella nebbia del dubbio che, anche per il settore auto, avvolge la partenza del nuovo anno così come aveva fatto con tutto il 2021, la certezza è che al tavolo al quale si gioca la partita della mobilità a venire la posta è anche l’esistenza in vita: di Marchi, quindi di carriere, di fabbriche, di posti di lavoro, di individui, di famiglie. Il costo sociale della transizione, uno degli argomenti chiave del dibattito accesosi dopo la proposta, da parte della Commissione europea, di vietare la vendita (e la produzione, perciò) di auto con motore termico dal 2035. Proprio perché parliamo di una proposta il dibattito si è acceso nei toni in cui lo ha fatto, e i rischi del ‘costo sociale’ vengono evidenziati sempre con forza (ma pur sempre parliamo di stime, non di dati certi). È giusto che accada, è un tema che esiste. E sollevarlo è anche funzionale alla campagna in atto – da parte dell’industria – perché quella proposta non riceva l’approvazione definitiva per come è stata formulata.

“Alla fine, è meglio accettare auto ibride termiche molto efficienti in modo che rimangano accessibili e forniscano un beneficio immediato in termini di CO2, o è necessario avere veicoli al 100% elettrici che le classi medie non potranno permettersi, chiedendo intanto ai Governi di continuare ad aumentare i loro deficit di bilancio per fornire incentivi? Questo è un dibattito sociale che mi piacerebbe avere, ma per ora non lo vedo”, ha detto ancora Tavares. 
Il dibattito sociale non si vede perché non c’è – e se ci fosse, non dovrebbe prescindere da quanto ci dice anche Starace, ovvero: “Quando sento parlare di costi della transizione penso che ci sia una certa confusione semantica: attuarla è conveniente e quello che si affronta oggi non è un costo, ma un investimento sul futuro… Nel 2019 abbiamo fatto uno studio con Ambrosetti che mostra come in Italia la transizione vale fino a 23 miliardi di euro, con un numero netto di posti di lavoro creati che va da 100 a 170 mila”. 

Il dibattito vero e proprio non c’è più. Sociale o meno che sia. Tutt’al più, oggi, è social. Ma lì ci si parla tra amici, conoscenti, collegamenti: un discorso tra simili, per lo più, in cui consensi e diffusione dei post raramente escono dai confini del territorio in cui abitano quanti la pensano già come lo scrivente. Applausi, sostegno e consigli di lettura? Sì, ma sempre dalla ‘curva’ dei propri tifosi. Una zona di comfort estesa quanto si vuole, ma che alla fine esclude il confronto vero e proprio tra diversi, che una volta era la ragione stessa per cui si dava vita a un dibattito. Il confronto diretto manca, manca la volontà di ascoltare, la logica della ricerca esclusiva di consenso ha preso il sopravvento e il conto lo si paga anche così. Lucio Tropea, Ceo di smart Italia, una carriera tra settore Auto e settore Energia, dice che i due settori semplicemente “non si parlano”. Il che oggi è inquietante – così come è inquietante che sia impossibile ottenere una risposta diretta che sia una (univoca e definitiva) da un Governo che invece mette di fronte a fatti compiuti, anche se poi…, forse…, si dice che…  
L’industria dell’auto è, per sua stessa ammissione, a un punto di svolta che va oltre le logiche che fin qui ha governato. È esposta a un cambiamento che viene da fuori, dal mondo reale per come sta cambiando, e che in molti casi non è riuscita a intercettare per tempo. Produzione, commercializzazione, distribuzione, ma anche rapporto con il mondo esterno: dalla politica al cliente finale, la ‘filiera’ della mobilità ha ricordato all’industria che anche una legge o un clic possono cambiare le carte in tavola. Bisognerà tenerne conto, mentre si lavora a dare vita a un futuro – sempre ricordando quale è la prima regola per vivere il futuro: esserci.

Post scriptum: dice ancora Tavares, parlando dei Concessionari: “Non abbiamo più bisogno di avere showroom di duemila metri quadri, vere e proprie cattedrali, per presentare i modelli. Quei costi non corrispondono più alla realtà di oggi. Per i Concessionari, è l’occasione per compiere una svolta verso la qualità del servizio e la frugalità”. Non soltanto per ricordare a tutti, en passant, per quale ragione esistono quelle cattedrali, forse anche qui sarebbe interessante e utile se si aprisse un dibattito pubblico, magari non sociale ma certo non del genere social. Insomma: un confronto autentico. O è chiedere troppo? 

 

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