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Dire troppo, dire poco: l’arduo esercizio di comunicare

In attesa di capire chi realmente sia il motore del nostro Paese, se i Concessionari (“#ilmotoreitaliano”, come da spot Federauto) oppure il popolo (“Il vero motore dell’Italia sono gli italiani”, come da spot Fca), è già del tutto evidente chi certamente non lo è, quando si viene all’automotive: il Governo. Al 19 maggio, data in cui questo numero di InterAutoNews è andato in stampa, nessuna risposta avevano ottenuto lettere, appelli, proposte contenenti piani dettagliati sulle possibili modalità di intervento, invocazioni e lamentele varie indirizzati a decine, negli ultimi due mesi, a chi ha il potere di decidere. Non una novità in assoluto, questo silenzio. A oggi naturalmente non è comunque da escludersi che una risposta possa prima o dopo arrivare. Il problema è che la partita, nel momento in cui si tratta di far ripartire il Paese, si gioca proprio tra la distanza abissale che intercorre tra “prima” e “dopo”, ed è la stessa che intercorre tra l’orlo del precipizio e, appunto, l’abisso. 
Che poi il problema è sempre la distanza. Tra il “prima” e il “dopo”, come anche tra chi governa e chi viene governato. C’è un passaggio, nell’intervista a Francesco Maldarizzi che pubblichiamo in questo numero di InterAutoNews, che chiarisce perfettamente il concetto. Dice Maldarizzi: “Ho registrato lo stupore, anche tra gli esponenti del Governo, nel constatare che il nostro comparto ha ben 120.000 dipendenti diretti e che tutti paghiamo le tasse in Italia”. Uno stupore che suona come un insulto esattamente come il silenzio che arriva, oltretutto, nel momento in cui l’automotive italiano si è impegnato, con uno sforzo che non ha precedenti, a rappresentare pubblicamente se stesso nella propria qualità di settore –  che contribuisce, e quanto, a mandare avanti il Paese. Le singole Case auto e i singoli Concessionari maneggiano quotidianamente la materia nell’ambito dei rispettivi business, letteralmente vivono (anche) di comunicazione. Un conto però è farlo a nome proprio, un altro è farlo in rappresentanza di molti, come sta scoprendo Federauto, nuova all’esercizio.

Intanto, l’iniziativa dello spot pubblicitario diffuso in tv a livello nazionale. Una prima assoluta, con l’introduzione dell’hashtag #ilmotoreitaliano. Sulla quale – a mente fredda – è opportuno tornare a ragionare, non solo alla luce dell’adesione tiepida da parte dei Concessionari alla raccolta fondi che l’ha sostenuta e finanziata (e sempre in attesa della risposta di cui a inizio testo). Comprensibile la volontà di affermare: noi ci siamo, un po’ meno la necessità di esprimerla tramite uno spot che è entrato certamente più nelle case degli italiani che nelle orecchie di chi governa il Paese. Cosa esattamente sia un Concessionario ufficiale, perché comprare un auto da lui, cosa significhi farlo in termini di affidabilità e vantaggi e garanzie: forse è più questo che bisogna raccontare agli italiani, adesso più che mai, e per farlo non è necessario imbarcarsi in un’impresa che assorbe e consuma risorse notevoli per un solo “momento” di comunicazione, oltretutto generica. Se si vuole andare in questa direzione, il web offre possibilità illimitate, soprattutto in questo momento, con i siti dei maggiori quotidiani nazionali che dedicano ampio spazio, in video e non, all’automotive: l’occasione per parlare ai clienti, e scendere nel dettaglio, è lì, pronta a essere colta.   

Ma poi anche scendere nel dettaglio comporta a volte i suoi bei rischi. Parliamo sempre di comunicazione, naturalmente, e sempre di Federauto. Il 28 aprile, il presidente Adolfo De Stefani Cosentino, nel corso di una conferenza stampa organizzata da Mercedes-Benz Italia, ha illustrato l’atteggiamento delle Case auto nei confronti delle Reti di vendita nel pieno dell’emergenza Covid-19. Nel farlo, ha affermato che “alcune Case sono state vicine ai Concessionari, mentre altre hanno usato una tattica più vicina al si salvi chi può”. Niente di nuovo, lo aveva già detto più di una volta. Solo che in quell’occasione tra “le Case virtuose” ne ha citate tre, con la premessa “per esempio”, a dire chiaramente: chi non cito non è necessariamente “non virtuoso”. Apriti cielo. Reazioni di fuoco, Associazioni di Marca indignate. Censure “per le dichiarazioni di cattivo gusto”, e per “la classifica dei buoni e dei cattivi”, e perché “le problematiche indubbiamente esistono” ma al contempo “devono essere affrontate in una tematica di carattere generale”. La reazione del presidente di Federauto è stata una lettera di dimissioni irrevocabili. Che poi non si sono rivelate tali. Tutto è rientrato. Fino al prossimo scoglio la nave va. Ma dove, se il sistema continua a prevedere che teste rotolino non appena vengono fatti alcuni nomi e cognomi perfino solo “per fare un esempio”?

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