Ma quando si è di scena vale tutto. Pure le balle colossali o la negazione dell’irrefutabile.
È arrivato Cacini. E Cacini non si cura dello sdegno che è capace di suscitare, anzi, sul palco fa lo spavaldo, è provocatorio, arrogante e prende forza dalle critiche. Che poi non sono mica solo note di biasimo. C’è chi applaudisce, e c’è pure chi lo osanna perché un’Europa senza America non può farcela. Non ci è riuscita nel Novecento, e non è destinata a definire il proprio ruolo di potenza economica nemmeno in questo secolo. Ma quando si è di scena vale tutto. Pure le balle colossali o la negazione dell’irrefutabile. Valgono anche le papere, come quando Nissan, che di certo non vive uno dei suoi momenti migliori e ogni notizia che la riguarda pone lo stato di allerta a livello 5, viene scambiata per la Nippon Steel in merito a un investimento nell’acciaio statunitense. Con diplomazie ed eserciti pronti all’uso, la strategia caciarona del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dagli echi solo vagamente imperialisti, si lancia nell’annessione di insignificanti lembi di terre altrui come Groenlandia (2,2 milioni di km2) e Canada, poi perfino della striscia di Gaza. Insomma, se lo stile di alcuni diplomatici cinesi, definito dei “wolf warrior”, si è dimostrato tutt’altro che efficace, per essere eccessivamente assertivo, minaccioso e sciovinista, anche la “follia unilateralista” di Trump rischia di essere controproducente. A partire dall’atteggiamento con una lunga storia alle spalle di forte opposizione nei confronti del Green deal. Nel 2019, in Louisiana: “Il Green deal è una truffa”. Nel 2020: “Chiacchiere da bambini”, e ancora: “Ucciderebbe il nostro Paese”, aggiungendo che la sua attuazione avrebbe effetti devastanti. Passando dalla propaganda alle azioni esecutive, con ben chiaro il pensiero che le politiche mondiali sul cambiamento climatico sono in netto contrasto con la supremazia americana fondata sul fossile e con la certezza che le spese sanitarie causate dalla qualità dell’aria americana siano un male trascurabile, Trump non ha perso tempo a ritirare gli Usa dall’Accordo di Parigi, a smantellare le normative ambientali e a bloccare i finanziamenti per l’energia verde. Ma le contraddizioni sono evidenti anche ai meno informati. Negli Usa il boom della manifattura verde non è un concetto astratto, ma un motore economico tangibile a partire da Tesla. Dal 2022 i Privati hanno investito 133 miliardi di dollari in energia pulita e tecnologie per l’auto elettrica. Ma si sa, un recente studio della Iea parla chiaro: “Nel 2024 i prezzi delle batterie hanno avuto variazioni considerevoli a seconda della regione: del 30% più alti negli Stati Uniti e del 50% in Europa rispetto alla Cina”. Stendendo l’opportuno velo pietoso sulla nostra amata Europetta e restando negli States, una sudditanza del genere va semplicemente estirpata alla radice, e già si parla di abolizione del credito d’imposta federale per i veicoli elettrici che può arrivare fino a 7.500 dollari, con buona pace dell’amico Elon. Poco prima, sotto l’amministrazione Biden, la Carolina del Nord ha ricevuto 14 miliardi di dollari in finanziamenti, consentendo a Toyota di costruire un sito che dovrebbe creare 5.000 nuovi posti di lavoro e produrre batterie per 500.000 veicoli elettrici all’anno. Una manna per l’economia locale. Nonostante il ritiro dalle politiche energetiche verdi, Trump ha dichiarato che continuerà a garantire la fornitura di minerali critici per le batterie. Una mossa che sembra riflettere l’influenza di Musk. Tesla, che dipende da questi minerali, trarrebbe vantaggio da una fornitura stabile. Infine, l’inversione di rotta di Trump potrebbe anche indebolire l’unità del Partito Repubblicano. Non sono pochi i politici repubblicani che hanno evidenziato la natura miope del piano economico del neo Presidente.
È arrivato Cacini
È arrivato Cacini. E Cacini non si cura dello sdegno che è capace di suscitare, anzi, sul palco fa lo spavaldo, è provocatorio, arrogante e prende forza dalle critiche.
Che poi non sono mica solo note di biasimo. C’è chi applaudisce, e c’è pure chi lo osanna perché un’Europa senza America non può farcela. Non ci è riuscita nel Novecento, e non è destinata a definire il proprio ruolo di potenza economica nemmeno in questo secolo.
Ma quando si è di scena vale tutto. Pure le balle colossali o la negazione dell’irrefutabile.
Valgono anche le papere, come quando Nissan, che di certo non vive uno dei suoi momenti migliori e ogni notizia che la riguarda pone lo stato di allerta a livello 5, viene scambiata per la Nippon Steel in merito a un investimento nell’acciaio statunitense.
Con diplomazie ed eserciti pronti all’uso, la strategia caciarona del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dagli echi solo vagamente imperialisti, si lancia nell’annessione di insignificanti lembi di terre altrui come Groenlandia (2,2 milioni di km2) e Canada, poi perfino della striscia di Gaza.
Insomma, se lo stile di alcuni diplomatici cinesi, definito dei “wolf warrior”, si è dimostrato tutt’altro che efficace, per essere eccessivamente assertivo, minaccioso e sciovinista, anche la “follia unilateralista” di Trump rischia di essere controproducente.
A partire dall’atteggiamento con una lunga storia alle spalle di forte opposizione nei confronti del Green deal. Nel 2019, in Louisiana: “Il Green deal è una truffa”. Nel 2020: “Chiacchiere da bambini”, e ancora: “Ucciderebbe il nostro Paese”, aggiungendo che la sua attuazione avrebbe effetti devastanti.
Passando dalla propaganda alle azioni esecutive, con ben chiaro il pensiero che le politiche mondiali sul cambiamento climatico sono in netto contrasto con la supremazia americana fondata sul fossile e con la certezza che le spese sanitarie causate dalla qualità dell’aria americana siano un male trascurabile, Trump non ha perso tempo a ritirare gli Usa dall’Accordo di Parigi, a smantellare le normative ambientali e a bloccare i finanziamenti per l’energia verde.
Ma le contraddizioni sono evidenti anche ai meno informati. Negli Usa il boom della manifattura verde non è un concetto astratto, ma un motore economico tangibile a partire da Tesla. Dal 2022 i Privati hanno investito 133 miliardi di dollari in energia pulita e tecnologie per l’auto elettrica.
Ma si sa, un recente studio della Iea parla chiaro: “Nel 2024 i prezzi delle batterie hanno avuto variazioni considerevoli a seconda della regione: del 30% più alti negli Stati Uniti e del 50% in Europa rispetto alla Cina”.
Stendendo l’opportuno velo pietoso sulla nostra amata Europetta e restando negli States, una sudditanza del genere va semplicemente estirpata alla radice, e già si parla di abolizione del credito d’imposta federale per i veicoli elettrici che può arrivare fino a 7.500 dollari, con buona pace dell’amico Elon.
Poco prima, sotto l’amministrazione Biden, la Carolina del Nord ha ricevuto 14 miliardi di dollari in finanziamenti, consentendo a Toyota di costruire un sito che dovrebbe creare 5.000 nuovi posti di lavoro e produrre batterie per 500.000 veicoli elettrici all’anno. Una manna per l’economia locale.
Nonostante il ritiro dalle politiche energetiche verdi, Trump ha dichiarato che continuerà a garantire la fornitura di minerali critici per le batterie. Una mossa che sembra riflettere l’influenza di Musk. Tesla, che dipende da questi minerali, trarrebbe vantaggio da una fornitura stabile.
Infine, l’inversione di rotta di Trump potrebbe anche indebolire l’unità del Partito Repubblicano. Non sono pochi i politici repubblicani che hanno evidenziato la natura miope del piano economico del neo Presidente.
Chi non ha immaginato che il Concessionario sarebbe stato sostituito dalle piattaforme digitali e dalla vendita diretta?