Cerca
Cerca

Elezioni europee, presto la fine del tormentone. Il giorno dopo, di certo, tutto tornerà come prima

No, non faremo la cronaca delle esternazioni, spesso propagandistiche ma anche spesso negazioniste, come solo l’ignoranza può essere.

Gli amici che tornano dalla visita a China Auto a Pechino ci parlano di un crescente interesse per le auto volanti. Molto più di un’ipotesi, anche Elon Musk pensa di spostare l’attenzione su questo mercato.
Insomma, Friz Lang agli albori del cinema aveva visto giusto.
Mentre pensiamo a queste prospettive dovremmo chiederci come risponderà il nostro ecosistema all’accelerazione rappresentata dalle auto volanti, e quando parliamo di ecosistema pensiamo a un combinato di sicurezza, ambiente e contesto produttivo.
Ma c’è un’altra notizia da cogliere in queste ultime settimane, il 19 aprile, non succedeva da molto tempo, il valore di borsa di ExxonMobil supera quello di Tesla. Non c’è immagine più rappresentativa della crisi occidentale, Tesla subisce un rallentamento di vendite e di margini senza confronto, la old economy del petrolio macina profitti.
È veramente il caso di pensare a una rimodellazione del progetto green e della transizione energetica?
Dietro l’angolo la verità, amara ma non possiamo nascondercela, Tesla per la prima volta sente la competizione cinese, stanno arrivando, in tutto il mondo con roba buona ed economica, elettrica ma non solo…
Comunque a breve si voterà in Europa e finalmente finirà il tormentone delle speranze attese, incluse quelle dei negazionisti, ovvero di quelli che negano l’urgenza della sostenibilità ambientale, a prescindere.
E, forse, riprenderemo a ragionare con i piedi per terra.
No, non faremo la cronaca delle esternazioni, spesso propagandistiche ma anche spesso negazioniste, come solo l’ignoranza può essere: un autentico buco nero dove si buttano dentro tutte le cose diverse che ci stanno intorno, il cambio climatico con i migranti e con l’auto elettrica e si spera così di avere cancellato il problema, la ragione che sta alla base; un fantastico colpo di spugna che si affida al risultato delle elezioni europee.
E il giorno dopo? Tutto, siatene certi, dopo aver sventolato la bandiera del ripensamento strategico, riprenderà il suo alveo naturale, per lo meno per quanto riguarda la transizione all’elettrico, più dubbi sulla transizione green, soltanto perché costa e i soldi per tutto, in una nefasta epoca di riarmamento e di guerra, non ci sono.
C’è poi il muscolare del milione di auto, della nuova marca, perché no cinese, che apra un plant produttivo in Italia. Un progetto condivisibile ma che prima di tutto deve inserirsi in determinate condizioni socio economiche. Siamo un Paese a sviluppo demografico negativo irreversibile, con politiche di rifiuto dei flussi migratori.
Non sembrano essere le migliori condizioni per richiamare investimenti, succede anche da altre parti, guardate per esempio Unilever nei Paesi Bassi. Quattro anni fa la Unilever, multinazionale britannica del largo consumo, con oltre 400 marchi attivi, ha lasciato la sua sede nei Paesi Bassi per concentrarsi sul Regno Unito. Oggi si appresta a quotare in Borsa l’unità dei gelati, che vale circa 17 miliardi di euro, e deve scegliere tra la piazza di Londra e quella di Amsterdam. Ma pare che la scelta sarà Londra. Unilever ha dichiarato che il clima per gli affari nei Paesi Bassi non è più favorevole come un tempo. Soprattutto per le aziende che impegnano personale proveniente da tutto il mondo. Il caso Unilever ci fa vedere bene i limiti del sovranismo, con politiche populiste antimmigrazione che se riscuotono consensi interni finiscono per rendere meno competitivo il Paese, oltre che socialmente destinato alla morte. Viene in mente Alberto Savinio, 2943, Sorte dell’Europa (Adelphi, 1977).
Spesso si dà colpa all’ignoranza dell’elettorato, ma a me “fa paura la mancanza di pensiero e di giudizio”, scrive Savinio, che in questo scritto riflette sui fattori che portarono gli italiani a credere in Mussolini e nel fascismo. “Mi fa paura il numero spaventosamente alto degli uomini che non pensano né giudicano con la propria testa, ma per imposizioni, o per ispirazione, e sia pure invito o consiglio di un capo, di un sacerdote o di un mago”.
E piace in giornate come queste, un poco rassegnate alla decadenza intellettuale, alla trasformazione della riflessione in affermazioni a prescindere, ricordare che c’è sempre un modo di prendere la distanza, a volte basta tifare Toro, come ci ricorda il grande Pizzul, il Bruno di Cormons: “Era facile ammirare il Grande Toro. Ma io e i miei coetanei diventammo tifosi del Torino per un altro motivo. Nell’immediato dopoguerra, qui la situazione era durissima: non si sapeva se saremmo rimasti con l’Italia o se saremmo finiti con la Jugoslavia. Non avevamo nulla. Miracolosamente, però, il prete del paese riuscì a trovare un pallone, che usava per chiamarci a raccolta in parrocchia. Solo che ne lasciava la gestione a noi ragazzi. Quelli più grandi di noi se ne impadronivano, non ce lo facevano mai toccare. Erano tutti tifosi della Juventus. Per reazione, ci mettemmo a tifare Torino…”. Insomma, ne riparliamo il mese prossimo… a urne aperte. Intanto pensiamo a mangiare.
Perché si sa, “siamo ciò che mangiamo”, ha scritto Ludwig Feuerbach, un’affermazione in apparenza cinica, ma che in realtà non è così distante dal vero. Non basta, infatti, che una pianta o un animale siano commestibili per annoverarli nella lista dei cibi che ogni società ritiene buoni da mangiare: scegliamo per tabù religiosi, per motivazioni ecologiche, per norme sociali o mode e, nel tempo, ogni comunità crea una propria idea di gusto condiviso.
Siamo anche, quando è possibile, consumatori “culturali” di cibo, che, come diceva Claude Lévi-Strauss, deve essere “buono da pensare” oltre che capace di sfamare il corpo: infatti non nutriamo il corpo solo con cibo, acqua, vino… ma anche con la cultura, le passioni e il gioco.
“Mangiare, cucinare e produrre cibo sono esperienze sociali, espressioni culturali di collettività e frutti di scambi, che alimentano la nostra mente e il nostro vivere comune. Sono attività inserite nel dinamismo del pianeta, tra l’alternarsi delle stagioni e l’unicità di specie e territori, profondamente legate all’ecologia della Terra. Il cibo è anche un grande viaggiatore, e tutte le cucine ‘tradizionali’ sono in realtà meticce: ogni tradizione culinaria è multiculturale e, in questo, il cibo è un’ottima metafora della cultura”.
La scelta del cibo è anche indicativa di gusti, ideologie, mode e persino di prospettive sul futuro. Oltre a dividerci in “tribù” alimentari – vegetariani, vegani, fruttariani, strenui difensori dell’onnivoro – il ricorso a cibi tradizionali o innovativi è oggi più che mai causa di fratture politiche.
Ecologia, cibo e politica si intrecciano più di quanto non si immagini, visto che la produzione di cibo è la maggiore responsabile di emissioni di CO2 nell’atmosfera. Nonostante ciò, milioni di persone soffrono ancora di denutrizione o di malnutrizione, mentre in alcune parti del mondo si spreca e si getta via il cibo in abbondanza, e le malattie legate all’alimentazione sono sempre più frequenti.

Editoriali e commenti
Iscriviti alla newsletter
Ogni settimana le principali news direttamente nella tua casella email.