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Il Brics e il nuovo ordine multipolare

La New Development Bank è oggi considerata come il punto di osservazione ideale per comprendere le intenzioni dei Paesi Brics.

Il Trecento in Europa è stato un periodo di grave crisi economica, sociale e demografica. Carestie dovute ad annate agricole pessime e l’epidemia di peste determinarono il crollo demografico e l’impoverimento della popolazione.
Ma il mondo non finì, anzi.
La crisi innescò un riassetto economico e produttivo. Le compagnie commerciali divennero più flessibili e i consumi si fecero più diversificati. Si fece strada un nuovo ceto imprenditoriale e capitalistico.
Oggi, la pandemia e il ruolo di centro produttivo che l’Occidente ha affidato non senza pentimenti alla Cina, ci hanno accompagnato nella fase del disordine.
La governance globale, dopo gli anni dell’egemonia statunitense, trova nella Cina un risoluto candidato a divenire parte integrante di un nuovo ordine multipolare.
Un orizzonte verso il quale il mondo si sta indirizzando, in linea con le aspettative di alcuni attori emergenti, a partire dall’India, che osservano con renitenza il ruolo preminente degli Usa.
Capire a che punto si trovi la ridefinizione della governance mondiale non è cosa facile, anche se è opinione diffusa che il Washington consensus si sia avviato verso un tanto imminente quanto inesorabile tramonto.
Ma niente è dato per scontato: le politiche della Cina rivolte al trasferimento del potere da Washington a Pechino non trovano il consenso incondizionato né di Mosca, né di Nuova Delhi, azionisti di riferimento nella compagine del Brics, dal 1° gennaio di quest’anno cresciuta con l’ingresso di Arabia Saudita, Argentina, Egitto, Emirati arabi uniti, Etiopia e Iran e che ha già ricevuto formale richiesta di adesione all’organizzazione da parte di ulteriori 18 Paesi, tra cui Cuba, Algeria, Kuwait, Vietnam.
Un consesso eterogeneo, ma che trova accordo senza riserve nella volontà di porre fine “all’ordine del dollaro”.
Un progetto già avviato da un decennio, da quando cioè fu creata la New Development Bank (Ndb), oggi considerata come il punto di osservazione ideale per comprendere le intenzioni dei Paesi Brics. A partire dal principale obiettivo di de-dollarizzare il sistema economico globale, con due scopi: uno prettamente politico e l’altro strettamente finanziario.
In termini finanziari, anche se la Ndb ha già emesso obbligazioni nella valuta cinese, destinata a giocare un ruolo preminente nel nuovo sistema, non è interesse degli altri Paesi del Brics che al dollaro si sostituisca il renminbi.
Il vero obiettivo rimane quello di sostituire al dollaro una pluralità di valute locali da utilizzare per regolare il commercio.
A ogni modo, la tendenza alla de-dollarizzazione è ormai un dato di fatto. E il privilegio del dollaro è minacciato, non solo dalle spinte dei Brics, ma anche dalla tendenza globale a lanciare nuove valute digitali, ovvero sistemi di circolazione del denaro che possono fare a meno del sistema Swift.
Secondo Zoltan Pozsar, economista ungherese-americano: “Le valute digitali delle banche centrali (Cbdc) mettono in discussione l’ordine monetario basato sul dollaro”.
A oggi, il renminbi digitale cinese, è l’unica Cbdc in circolazione e in fase di verifica già dall’aprile del 2021.
Sono in progetto e fase di valutazione il dollaro e la rupia digitali. Secondo gli obiettivi della Bce, a partire dal 2026 l’euro digitale “dovrebbe” diventare la moneta virtuale dell’Eurozona.
All’Unione europea non resta che registrare un ulteriore profondo divario temporale nei confronti della Cina.

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