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Il vero virus globale si chiama infodemia

Cambiamo argomento. Intanto nel mondo l’auto elettrica sta facendo il suo corso: è forte, ce la farà. Da noi non resta che la soluzione della vigile attesa.
Parliamo invece dell’idea, molto ceo capitalista, di influenzare il consumatore: un processo con implicazioni antropologiche ancora da scoprire. Così, mentre si fa più consistente la convinzione che la libertà abbia gli stessi sentori di una biblioteca, altrettanto forte è la presa di coscienza che far scorrere immagini su uno schermo sia come trovarsi di fronte a un orizzonte indistinto, un inafferabile flusso di putridume, dove la stereotipizzazione di comportamenti costruiti sull’apparenza diventa linfa vitale per muovere il mondo in modo binario.
Un territorio vasto dove il consumatore è solo materia grezza, così influenzabile e propenso com’è a tracannare qualunque miscela. Quello che più conta riguarda chi produce contenuti e chi è chiamato a valutare portata, frequenza ed efficacia degli annunci. E se con l’adozione dei servizi di streaming, grazie a un’accurata profilazione, tracciare il pubblico diventa sempre di più agevole, parlando di produzione di contenuti, vanno approfonditi due concetti: il clickbait e l’agenda setting. Due modi di fare comunicazione su piani diversi, ma ugualmente basati sulla misinformazione. L’agenda setting è la teoria che ipotizza la possibile influenza dei media sull’audience in base alla scelta di notizie, allo spazio e alla preminenza loro concessa. Alla base della teoria c’è il salience transfer, cioè rendere una notizia saliente rispetto ad altre. L’esempio che tutti conosciamo riguarda le notizie titolate in modo eccessivo.

Una spiegazione sul perché di questa tecnica l’ha data l’antropologo Gregory Bateson (1904-1980): “Ricevere informazioni vuol dire ricevere notizie di ‘differenza’ e la percezione della differenza è sempre limitata da una soglia. Le differenze troppo lievi non sono percettibili: non offrono alimento alla percezione”. Disgraziatamente siamo tutti condizionati da pregiudizi mentali (bias) di negatività che ci attraggono verso notizie negative. Un fianco debole che orienta le scelte degli editori a preferire la pubblicazione di notizie in una chiave che mette in luce quanto più possibile aspetti negativi per catturare l’attenzione dei lettori. E poco importano le conseguenze di ciò che si pubblica, l’importante è destare stupore e creare una opinione pubblica superficialmente critica. Non desiderando parlare di auto elettrica, risulta rilevante (non interessa l’ambito politico, quanto il fatto in sé) una dichiarazione di Evan Williams, co-founder di twitter. Williams ha voluto scusarsi pubblicamente dopo che Donald J. Trump ha attribuito la propria elezione alla Casa Bianca anche al decisivo contributo di twitter. Di fatto a maggio 2020 Williams fece – per sua stessa ammissione – un ardito cucchiaio nella propria porta censurando un post di Trump, da cui nacque una infinita discussione sul ruolo dei social network. Discussione che si rivolse a vantaggio di Trump. Poi si è fatto tutto ancora più cupo con l’avvento del trolling e del clickbait.
Ridotto in trance mediatica, frastornato dallo scorrere di pitoni, pistoni, pettorali, pizze, patate, il consumatore alienato cerca sostegno e sicurezza affidandosi alle interpretazioni dei professionisti della comunicazione e degli stakeholders della Rete, esponendosi, soprattutto nel secondo caso, al rischio continuo di incorrere in fake news e in forme di misinformazione.
Come ha enfatizzato l’Oms durante la recente crisi Covid, il pericolo maggiore della società globalizzata nell’epoca dei social media è proprio l’infodemia: “Il vero virus globale, quello per cui nessun vaccino arriverà mai”.

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