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Informazione, le fake news non aiutano il mercato. Il cliente non ha un quadro realistico e non sceglie

Dobbiamo poi constatare che “le parole fanno cose”. Le parole possono fare la credibilità, la responsabilità, l’autorevolezza, l’innovazione.

Diciamocelo, siamo tutti un poco fans o per lo meno followers di Fleximan, il Robin Hood degli autovelox, ci sono pure casi di emulazione, come il personaggio che voleva diventare il Fleximan piemontese. Di sicuro la sua carriera è durata poco: l’emulo dell’ignoto vandalo (o vandali?) che sta abbattendo gli autovelox tra Lombardia e Veneto ha dovuto arrendersi dopo solo due macchinette danneggiate. A immortalarlo, mentre stava sradicando i velox, sono state alcune telecamere di sorveglianza. Così i carabinieri l’hanno denunciato per danneggiamento aggravato. È un fatto che siamo disposti a sposare anche comportamenti per lo meno discutibili piuttosto che imparare a guidare, soprattutto nei centri, nell’attraversamento dei piccoli centri, e indichiamo a grande responsabile la necessità di fare cassa dei comuni.
Insomma, come dicevamo lo scorso mese, la storia si ripropone nella sua dimensione farsesca. È un poco quello che succede con la transizione energetica e, nello specifico dell’auto, il passaggio all’elettrico. Scrive Houellebecq su “Serotina” (impressionante il racconto quasi da veggente della rivolta dei contadini di Normandia) che le atmosfere di catastrofe alleviano sempre un po’ le catastrofi individuali, è questa, secondo lui, la ragione per cui in tempo di guerra diminuiscono i suicidi. Ora, posto il problema che realisticamente, in tempi di guerra diffusa e strisciante, tutte le risorse per ‘sta transizione energetica non ci sono, non si spiega perché a livello individuale e collettivo si ignori totalmente il versante della sostenibilità, si ignorino desertificazione, cambio climatico, siccità, povertà nuova che stanno alla base di migrazioni oceaniche, comunque sconvolgenti, senza considerare le nostre montagne, i nostri valligiani, la vivibilità delle città, la qualità dell’aria, i tumori delle vie respiratorie, le allergie dei bambini, tutto liquidato in una definizione sferzante e senza senso: sono tematiche “Radical-chic”. E non scomoderemo neppure il Santo Padre, che si aggrappa ostinatamente nella speranza e vocazione apostolica di fare ragionare il mondo. Ci chiediamo soltanto, siamo sicuri che questo quadro allarmante, diciamolo pure, drammaticamente allarmante non interessi l’auto e ancor più l’automobilista. Dobbiamo poi constatare che “le parole fanno cose”. Le parole possono fare la credibilità, la responsabilità, l’autorevolezza, l’innovazione. Le parole possono fare e far fare il cambiamento. Lo ha capito molto bene la nostra Premier che ha aperto una stagione di aspra battaglia per il presidio del quarto potere, e lo vediamo proprio nell’evoluzione della questione elettrica. Non vogliamo prendere cappello per una parte o per l’altra, ammesso che non lo abbiamo già fatto, ma vogliamo soffermarci anche metodologicamente sulla qualità dell’informazione sull’argomento. L’ultimo rapporto realizzato da Facta.news e L’Eco della stampa, intitolato “Cortocircuito: disinformazione nel settore automotive” e che è stato presentato il 1° febbraio, ha indagato su quante volte le testate italiane più autorevoli sulla stampa e sul web abbiano denunciato l’esistenza di fake news in riferimento ai veicoli elettrici nel 2023. Su 679 articoli segnalati, la maggior parte di essi si riferiscono a cinque temi specifici. In percentuale, Facta.news ha indicato il peso sul totale delle notizie false trovate.
Spesa proibitiva (151 articoli, 22,2%): la convinzione che il prezzo di listino dei veicoli elettrici sia proibitivo è opinabile. Il prezzo elevato viene compensato dal fatto che il “Total Cost of Ownership” è nel tempo più vantaggioso grazie a incentivi e costi inferiori.
Ricarica, costi e difficoltà (138 articoli, 20,3%): l’idea che i costi di ricarica siano eccessivi è errata perché i costi energetici, pur essendo cresciuti, rimangono inferiori ai carburanti tradizionali. La sensazione che non ci sarà mai una rete capillare di colonnine è sbagliata: non è importante il numero assoluto di installazioni ma il rapporto con il parco auto circolante.
Smaltimento batteria (113 articoli, 16,6%): la difficoltà di smaltimento delle batterie è un mito. Mentre è vero che si tratta di processi ancora costosi, tuttavia le batterie possono essere recuperate e riutilizzate, contribuendo a soluzioni sostenibili. Con delle vecchie batterie di auto elettriche si possono, per esempio, creare unità di stoccaggio energetico per impianti fotovoltaici.
Rischio incendio (84 articoli, 12,4%): Le auto elettriche non sono più incendiabili delle auto tradizionali. In realtà i veicoli ad alimentazione elettrica presentano il medesimo rischio di incendio delle auto a motore termico, e la presenza di una batteria al litio non alimenta la possibilità di fenomeni incendiari. I numeri ci dicono che la quantità di incendi in rapporto al parco auto circolante è maggiore nei veicoli a combustione rispetto a quelli elettrici.
Inquinanti (63 articoli, 9,3%): la tesi considera che una parte dell’elettricità impiegata per “fare il pieno” viene prodotta ancora oggi con combustibili fossili e che la produzione stessa delle batterie al litio è inquinante. Questo, tuttavia, viene compensato dal fatto che nel loro intero ciclo di vita le auto elettriche emettono in media il 69% in meno di CO2 rispetto ad una vettura a benzina e diesel.
C’è da riflettere, non credete? Certo la transizione non sarà facile, non sarà una passeggiata, e già ora sembra a tutti più realistico lo spostamento in avanti delle scadenze della decarbonizzazione, ma converrete che questo modo di fare informazione non aiuti il mercato e non offra all’automobilista un quadro realistico su cui maturare le sue scelte.
Tutto qui, ora penso che possiamo mangiare, è appena passata la Candelora e la festa di Sant’Agata…“Gesù, gli arancini di Adelina! Adelina ci metteva due jurnate sane sane a pripararli. Ne sapeva, a memoria, la ricetta. Il giorno avanti si fa un aggrassato di vitellone e di maiale in parti uguali che deve cociri a foco lentissimo per ore e ore con cipolla, pummadoro, sedano, prezzemolo e basilico. Il giorno appresso si pripara un risotto, quello che lo chiamano alla milanisa (senza zaffirano, pi carità!), lo si versa sopra una tavola, ci si impastano le ova e lo si fa rafriddare. Intanto si cocino i pisellini, si fa una besciamella, si riducono a pezzettini ’na poco di fette di salame e si fa tutta una composta con la carne aggrassata, triturata a mano con la mezzaluna (niente frullatore, pi carità di Dio!). Il suco della carne s’ammisca col risotto. A questo punto si piglia tanticchia di risotto, s’assistema nel palmo d’una mano fatta a conca, ci si mette dentro quanto un cucchiaio di composta e si copre con dell’altro riso a formare una bella palla. Ogni palla la si fa rotolare nella farina, poi si passa nel bianco d’ovo e nel pan grattato. Doppo, tutti gli arancini s’infilano in una padeddra d’oglio bollente e si fanno friggere fino a quando non prendono un colore d’oro vecchio. Si lasciano scolare sulla carta. E alla fine, ringrannu u Signiruzzu, si mangiano!”.
Da “Gli arancini di Montalbano”, Andrea Camilleri, Mondadori. 1999.

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