Cerca
Cerca

L’automobile che corre e uno Stato presente ma assente

Il Piano Industria 4.0; la produzione industriale in Italia; l’apertura all’elettrico da parte dell’industria globale dell’auto, così come è stata esposta a Parigi; le alleanze che l’industria europea dell’auto ha stretto con quella delle telecomunicazioni; la sicurezza stradale esposta ai rischi connessi all’uso dello smartphone mentre si è alla guida.

Sono i temi che, insieme con molti altri, questo numero di InterAutoNews approfondisce. C’è un elemento comune che tutti li unisce – oltre all’automobile, certo. È il silenzio dello Stato italiano, per bocca delle sue istituzioni. La sua assenza. Anzi, peggio: la sua presenza/assenza. Che, è noto, è ben più dannosa e difficile da gestire. Perché illude. Crea aspettative e contemporaneamente le delude.

Lo Stato italiano è presente quando si prepara il Piano Industria 4.0 che darà una svolta all’economia del Paese. È presente quando può nutrirsi della spinta che l’automobile dà all’intera industria italiana. È presente quando sostiene di voler sostenere la diffusione delle alimentazioni alternative e di avere allo studio, se nono già pronti, piani per la diffusione delle stazioni di ricarica per i veicoli elettrici. È presente quando iscrive il suo nome tra gli stati membri Ue che partecipano al piano Automotive-Telecom Alliance. È presente quando c’è da battere la grancassa sulla sicurezza stradale.

Quando è il momento di passare alla cassa, quando si parla di…, quando c’è da spendere il nome Italia per apparire, quando è il momento dei proclami. Quando c’è da fare questo, lo Stato c’è. Ma dopo diventa un convitato di pietra, muta presenza inquietante e minacciosa – per citare. Non risponde. Non si connette. Eppure c’è. Un’ombra incombente. Un freno, non un volàno.

Lo è quando l’automobile risulta esclusa dalla proroga del superammortamento del Piano Industriale 4.0. Quando nella cabina di regia per la gestione dello stesso non include il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Quando puntare sul mercato italiano rappresenta una scommessa al buio per le Case che abbracciano l’elettrico. Quando si tratta di garantirla sulla strada, ogni giorno, la sicurezza: eccellente l’introduzione del reato di omicidio stradale, ma dov’è la prevenzione attraverso l’educazione? E dove l’attenzione alle condizioni delle strade? E dove la fondamentale presenza dissuasiva delle polizie sul territorio?

L’industria dell’auto corre. In passato ha cavalcato e prodotto cambiamenti nello stile di vita della società. Oggi forse ha perso quella spinta propulsiva. Ci ha messo del tempo prima di assorbire le novità imposte dalle nuove tecnologie all’evoluzione della società. Ma poi è partita. E si muove veloce. Corre, adesso. E si evolve a sua volta. È nel suo interesse colmare il gap. Perché lo faccia è evidente (il mercato) ma qui alla fine poco importa. Se davvero lo scandalo diesel è alla base della virata elettrica di Volkswagen, meglio che sia scoppiato. Se i produttori di automobili hanno cominciato a considerare sé stessi come parte di un tutto sostenibile e condiviso, e domani anche a guida autonoma, a causa (anche) dell’offensiva di Google e Apple, grazie anche a Google e Apple. L’evoluzione dell’industria dell’auto nel mondo la vediamo, non ne sentiamo parlare soltanto.

In Italia, quando l’Unrae, nella persona del presidente Nordio, commenta i buoni risultati del mercato 2016 e chiede un intervento dello Stato, non chiede soldi, non chiede incentivi: chiede che venga creato un tessuto connettivo, un progetto condiviso, un riferimento chiaro – e durevole – al quale l’industria dell’auto possa rifarsi all’interno del settore della mobilità in Italia. Lo fa, Nordio, perché presiede l’unione degli importatori che devono vendere automobili nel nostro Paese e per farlo si appellano a istanze alte (il parco circolante obsoleto, per esempio)? Vale il discorso fatto prima: se il parco circolante venisse svecchiato sarebbe un vantaggio per la collettività, in termini di sicurezza e impatto ambientale, non solo per chi vende auto.

Con molto realismo, di recente Gianluca Italia, responsabile Fca del mercato italiano, ha detto che quanti operano sulla scena dell’automobile nel nostro Paese devono fare da soli. Drammatico realismo. Se ragioniamo sul breve termine, diciamo dicembre, e solo in termine di vendite, è così che deve essere perché questa è la realtà italiana: l’automobile deve fare da sola, e d’altronde lo sta facendo con buoni risultati, quest’anno. Ma dopo?

Ecco, ma dopo? In questo senso ci piace pensare al tessuto che ogni cosa lega, alla connessione tra tutti, al progetto condiviso sulla mobilità che abbia ampio respiro. Come ad una visione, cioè, che nasce da quella domanda. Che dovrebbe il punto di partenza di ogni iniziativa. Privata o pubblica. Nel mondo dell’auto, e soprattutto fuori. Dentro lo Stato, per esempio. Ovunque esso si trovi. Nell’ombra, adesso.

Editoriali e commenti
Iscriviti alla newsletter
Ogni settimana le principali news direttamente nella tua casella email.