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L’automobile europea in preda alla crisi delle idee. La transizione persa tra molte paure e infiniti ritardi

Un nuovo quadro dell’offerta molto competitivo si profila, e condividiamo la preoccupazione dei Dealer che non possono accontentarsi del fieno messo in cascina.

“Un Paese sempre più vecchio e sempre più ignorante”, così il titolo di un articolo de Il Sole 24 che affrontava la crisi preoccupante delle competenze in un Paese con pochi figli e pochi laureati.
La storia è veramente pesante, pensate a che asimmetria sociale si determina anche nella rappresentanza politica, sempre più in mano ai vecchi e agli ignoranti.
Guardate che è un giudizio drammatico.

Se lo portiamo a casa nostra, nell’automotive, le cose non vanno meglio.
Abbiamo perso un’occasione, più andiamo avanti più è evidente che abbiamo perso l’opportunità unica di aggiornare la nostra offerta di mobilità, rendendola sostenibile non solo per fatti ambientali, ma anche per fatti più banali di riduzione dei costi.
Questa crisi di pensiero sull’auto nasce dalla combinazione perversa di atteggiamento preconcetto e metodo riduzionista, per cui, attraverso il continuo spezzettamento della realtà, si finirà sempre col trovare un dato in grado di avvalorare l’idea precostituita. È la spirale nella quale si è avvitata oggi la storia dell’auto in Europa. Noi buone avanguardie, in questa discesa all’inferno, riduciamo le riflessioni a pura tecnica al servizio delle idee deboli della politica e dell’economia. Questa subalternità pone tra l’altro un problema etico, tra ruoli nella società.
E ancora, credo che si debba dedicare alla risoluzione di un problema almeno il tempo che si è speso ad analizzarlo. Non ci sono scorciatoie, magari nutrite da quell’insopportabile piangersi addosso, che diventa grande anche con la cassa di risonanza di quel giornalismo, che racconta il malessere senza mai fare neppure intravedere una soluzione.
Oltretutto ritarda lo sviluppo tecnologico e aumenta così la crisi dell’auto e con essa la manifattura europea.
Quanto a me, miei rari e affezionati lettori, non mi resta che trascrivere una dichiarazione di un sommo poeta: “Di Latouche sono un ammiratore fanatico. E non mi considero, in questo senso, un isolato. In queste mie zone, quando meno te lo aspetti, trovi persone che confidano nel contenimento del falso progresso. Resistono all’onda consumistica. Continuano a fare gli agricoltori come sempre. Non si autopromuovono. Non praticano, né diffondono anticrittogamici. Detestano gli elicotteri che bombardano veleni sulle viti. Sono pochi ma ci sono, che Dio li salvi”. Il sommo, per chi non lo avesse scoperto da solo, è Andrea Zanzotto, il più grande poeta del Novecento nel nostro Paese.

Del resto, circa questa probabilmente leziosa, forse inutile riflessione sulla decrescita, vi voglio rendere ancora più precisa la riflessione: sono proprietario, per la verità unica auto di mia proprietà, di una bellissima R4 1980 ASI, che per ragioni multiple amo profondamente (si può amare un’auto?) e tutte le volte che la guido mi stupisco, servosterzo e cambio a parte, della straordinaria semplicità, funzionalità, versatilità ed economia di questo motorino di 850cc. Ma soprattutto quello che mi affascina è respirare quell’idea di mobilità personale magari un poco sofferta, ma sicuramente molto più ammaliata dalla scoperta di cosa c’è dietro ogni curva.
È vero, allora respiravamo la mobilità come importante conquista.
Anche un altro intellettuale rilevante, Gianni Celati, parlando di letteratura, si esprimeva con toni applicabili su molti altri campi, persino nella ristorazione e nell’auto. “La disgrazia della letteratura è di essere stata presa in mano violentemente dai cosiddetti esperti, i quali hanno l’idea che essa esista in generale, come fenomeno, e non come fatto vario e sempre indecifrabile”.
Diciamocelo, sarà metodologia, ma l’invettiva è feroce.

Chiudiamo con ulteriore poetica raccomandazione di quel grande demone che fu Edoardo Sanguineti: “Quando fu inventato il telegramma, Marinetti disse che era finita la sintassi, però il telegramma era ed è una cosa utile, come lo è oggi il telefonino, e non per questo penso che adesso scriveremo tutti nel liguaggio degli sms.”
Una lettera, così, che riflette pensieri e letture agostane, e vi ho pure risparmiato la querelle Arminio-Raimo sui paesi, capolavoro dell’astrattezza degli intellettuali, e della capacità di dividersi sul nulla.
Non vi scriveremo nemmeno, emulando il noto paesologo poeta, i 30 punti per salvare l’auto. Convinti come siamo che più che di salvarla dovremmo preoccuparci di servirla, questa auto sempre più tecnologica, che sta affrontando il cambiamento forse più importante degli ultimi 100 anni, sempre meno per “tutti”, sempre più disposta a spartire il suo ruolo con chi vuole condividere la sfida della mobilità futura, siano biciclette o pullman, droni o battelli. E anche l’occhiolino dei marchi cinesi, che ti fanno pensare che tutto potrebbe restare come prima, è destinato a finire presto.

Alberto Annichiarico, su il Post, si è dedicato a BYD, il marchio iconico della tumultuosa crescita cinese, e i numeri che ci fa vedere, a partire da una contrazione monstre del mercato interno cinese, che ha fatto lasciare sul terreno quasi il 50% del volume a BYD.
Impossibile non pensare che ciò non riverberi su tutto il mercato mondiale, determinando in primis una violenta ristrutturazione dei progetti di export che dovranno coprire da tutti i punti di vista il grande buco.
Insomma, ripartiamo così verso questa ultima parte dell’anno, con 47 marchi auto presenti a Torino, piccoli o grandi che siano, sono il doppio di quanti erano 4 o 5 anni fa.
Un nuovo quadro dell’offerta molto competitivo si profila, e condividiamo la preoccupazione dei Dealer che non possono accontentarsi del fieno messo in cascina.

Visto che ci piace bere insieme, permettetemi infine un’ulteriore citazione solenne, anch’essa se proprio volete strettamente connessa ai ragionamenti sull’auto.
“Qualità della vita. È anche rispetto verso il vino bevuto. Mi sarebbe ancor oggi impossibile sputare, se buono, il vino assaggiato. Se chiudo gli occhi e penso alla marea di ‘esperti’ che portano un sorso alla bocca, lo rigirano secondo gli usi e, splitz, lo proiettano nella sputacchiera… Ne ho orrore”.
Luigi Veronelli, il rispetto del vino bevuto.

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