La verità e il mattino si rischiarano a poco a poco. Proverbio tedesco.
“MG… un brand che ha democratizzato, o ripreso a dare democrazia all’automobile”. Abbiamo catturato questa considerazione in una recente, dotta conversazione con uno dei giovani leoni, un player interessante, dinamico e indipendente che sta facendo in qualche modo scuola, anch’egli impegnato con i cinesi.
Che cosa vuol dire ridare democrazia all’auto? Forse vuol dire prima di tutto renderla semplicemente un bene, anche un sogno se volete, accessibile.
E se c’è una cosa in cui ci sentiamo di fare squadra con i malpancisti, i grandi critici del tutto, dall’elettrico al Green deal, è proprio questo fatto, che per un insieme di circostanze, prima ancora di scomodare demografia e millennials, la infingarda congiuntura abbia spinto i produttori a pareggiare la partita emissioni-sanzioni semplicemente aumentando i prezzi e vendendo di meno. Polverizzando così quell’idea di libertà e di benessere che all’auto noi associamo. Certo, i luoghi comuni si possono usare in abbondanza, dal mors tua vita mea, dove i cinesi opportunisti si prendono quello che le mayor occidentali lasciano per terra, al primum vivere deinde philosophari, dove vince chi vende perché le quote si fanno così, e allora continua a valere tutto, inclusi vecchi motori termici e una montagna di Km0.
Del resto è sempre stato così e non si capisce perché dovrebbe cambiare proprio ora, dove abbiamo tutti sempre più consapevolezza di essere in un mercato che tende a contrarsi a farsi più piccolo per le note ragioni socioeconomiche e demografiche, vecchi come siamo noi fisicamente anche nel recepire l’innovazione, il nuovo che avanza, il più lento e conservatore dei mercati europei, più dei nostri colleghi greci o spagnoli.
Ma l’esperienza MG (veramente formidabili quei numeri che in tre anni scarsi hanno infilato in Italia 40.208 auto nuove annue, una quota di mercato del 2,55%, che nel canale privati sale al 3%. La crescita rispetto al 2023 è stata del 32%. In Europa le vetture MG sono state 240.000 e il risultato del gruppo Saic nel mondo ha totalizzato 4.639.000 unità) ci ha insegnato che quando si lavora con concretezza, velocità nel prendere decisioni e rispettando tutte le opportunità che il mercato ci dà, ebbene, alla fine i risultati vengono sempre. Anche se va detto che una prospettiva di dazi al 45% fa venire i brividi.
Questo fatto della democrazia dell’auto, come ci è venuto da dire, è in realtà questione molto più spessa e molto più importante in chiave di prospettiva dell’industria stessa.
Possiamo pensare a un’industria dell’auto fiorente o anche solo sopravvivente, senza pensare a una declinazione ampia, di massa dell’auto stessa? Possiamo pensare, anche in questo medioevo della società dove le differenze tra gli uomini anziché ridursi si ampliano, di sostituire tutto il vasto sistema produttivo dell’auto con una focalizzazione su una quota minoritaria, quella che si esprime nei segmenti premium, luxury e balle varie, che al più può soddisfare il 20% della popolazione?
Qui emerge tutta la stortura di una tesi portata avanti dai costruttori occidentali e favorita, questa sì, dalla politica.
Tesi in cui, consapevoli dell’ampio gap tecnologico e di capacità produttiva, i produttori occidentali e anche americani abbiano deciso una sorta di ritirata strategica dai segmenti di massa della motorizzazione, ignorando bellamente la devastante conseguenza industriale e conseguentemente socioeconomica. E oggi che ci troviamo senza clienti e senza prodotto sembra naturale dare la colpa ai cinesi.
L’amara realtà della nostra contemporaneità sta nel sognare il passato anziché pensare a un nuovo futuro dell’umanità.
Scomodare tutte queste categorie per l’automobile?
La nefasta prospettiva che vede nella guerra la soluzione alla sovrappopolazione e alla perdita di potere dell’occidente ci sembra semplicemente folle.
Semplicemente perché significa non sapere dove si andrà a finire… e insistiamo nel dire che i problemi si possono pure ignorare, si può pure mettere la polvere sotto il tappeto, ma poi questi inesorabilmente arrivano.
È questo il tema, per esempio, del surriscaldamento del pianeta che ci pone in una drammatica prospettiva di morte.
Ci vuole “religio”, ci vuole di ritrovare anche grazie alla nostra classe dirigente industriale e politica la strada dello stare insieme, condividendo valori e principi. E su questa strada della pacatezza e del pensiero dovremmo sentirci tutti impegnati.
Per intanto guardiamo con interesse quei progetti di integrazione più ampia, è ad esempio il caso della politica Eu di BYD, ma anche della Jv Stellantis-Leapmotor.
Insomma, ecco le nostre buone intenzioni di inizio anno, e visto che ci siamo, iniziamo con un autentico pezzo di letteratura il nostro cammino nel cibo, autore Enzo Bianchi, abate fondatore ed espulso della Comunità di Bose ed è una sintesi estrema di un pezzo che si chiama: “Come dire ti voglio bene“, tratto dal libro “Il pane di ieri”, Einaudi.
“Parliamo del cibo…: il cibo è qualcosa per cui si ha cura, si deve ‘avere cura’ perché è proprio dal mangiare, dalla tavola che si ricevono lezioni ed insegnamenti, oltre che consolazioni…
La cucina innanzi a tutto… Sì, la cucina è il luogo che pone un salutare ‘frattempo’ tra i prodotti e il loro consumo, ma ha soprattutto il pregio di riunire ciò che dalla natura giunge a noi separato e di trasformarlo in modo che la natura sia intersecata dalla cultura.
La semantica fondamentale l’abbiamo imparata con la bocca: ciò che è commestibile e ciò che non lo è, ciò che possiamo mettere dentro, mangiare, e ciò che deve assolutamente restare fuori… Operazione straordinaria che rende intelligenti. Si pensi, per esempio, a un’operazione che al tempo della mia infanzia e adolescenza era quotidiana: prepara la ‘salsa’ per la pasta, quello che oggi si chiama sugo o ragù.
Il ragù doveva sobbollire lentamente per due o tre ore, finché si fosse addensato e ricoperto di un velo scuro dato dai succhi delle carni. E poi, la ‘salsa’, il ragù non doveva mai essere abbandonato a se stesso, in nessuna fase della sua cottura: se non è sorvegliato, soffre! Nulla induce alla riflessione, come accudire un ragù…
Accanto all’officina della cucina c’è poi l’epifania della tavola…
Ma cosa fa di un tavolo una tavola?
Come per il cuoco, anche per i commensali tutti i sensi dovrebbero essere coinvolti quando si inizia a mangiare: si guardano i piatti, preparati anche per gli occhi, si odora per cogliere aromi e profumi, si sente con il tatto il caldo e il freddo, si gusta con il palato…
In un paese di vigne poi, a tavola il vino non mancava mai, ma anche in questo vi era il modo di distinguere il quotidiano dalla festa: nei giorni feriali c’era il fiasco, ma per le grandi occasioni si stappava una bottiglia del vino migliore, tenuto appositamente da parte per gli amici, e faceva la sua comparsa troneggiando come un bene prezioso.
Davvero la cucina e la tavola sono l’epifania dei rapporti e della comunione. Far da mangiare a una persona amata, prepararle un pranzo o una cena è il modo più concreto e semplice per dirgli: ‘Ti amo, perciò voglio che tu viva e viva bene, nella gioia!’”.
Pax et bonum.
Sistema auto focalizzato su una quota minoritaria. Una ritirata strategica che ignora le conseguenze
La verità e il mattino si rischiarano a poco a poco. Proverbio tedesco.
“MG… un brand che ha democratizzato, o ripreso a dare democrazia all’automobile”. Abbiamo catturato questa considerazione in una recente, dotta conversazione con uno dei giovani leoni, un player interessante, dinamico e indipendente che sta facendo in qualche modo scuola, anch’egli impegnato con i cinesi.
Che cosa vuol dire ridare democrazia all’auto? Forse vuol dire prima di tutto renderla semplicemente un bene, anche un sogno se volete, accessibile.
E se c’è una cosa in cui ci sentiamo di fare squadra con i malpancisti, i grandi critici del tutto, dall’elettrico al Green deal, è proprio questo fatto, che per un insieme di circostanze, prima ancora di scomodare demografia e millennials, la infingarda congiuntura abbia spinto i produttori a pareggiare la partita emissioni-sanzioni semplicemente aumentando i prezzi e vendendo di meno. Polverizzando così quell’idea di libertà e di benessere che all’auto noi associamo. Certo, i luoghi comuni si possono usare in abbondanza, dal mors tua vita mea, dove i cinesi opportunisti si prendono quello che le mayor occidentali lasciano per terra, al primum vivere deinde philosophari, dove vince chi vende perché le quote si fanno così, e allora continua a valere tutto, inclusi vecchi motori termici e una montagna di Km0.
Del resto è sempre stato così e non si capisce perché dovrebbe cambiare proprio ora, dove abbiamo tutti sempre più consapevolezza di essere in un mercato che tende a contrarsi a farsi più piccolo per le note ragioni socioeconomiche e demografiche, vecchi come siamo noi fisicamente anche nel recepire l’innovazione, il nuovo che avanza, il più lento e conservatore dei mercati europei, più dei nostri colleghi greci o spagnoli.
Ma l’esperienza MG (veramente formidabili quei numeri che in tre anni scarsi hanno infilato in Italia 40.208 auto nuove annue, una quota di mercato del 2,55%, che nel canale privati sale al 3%. La crescita rispetto al 2023 è stata del 32%. In Europa le vetture MG sono state 240.000 e il risultato del gruppo Saic nel mondo ha totalizzato 4.639.000 unità) ci ha insegnato che quando si lavora con concretezza, velocità nel prendere decisioni e rispettando tutte le opportunità che il mercato ci dà, ebbene, alla fine i risultati vengono sempre. Anche se va detto che una prospettiva di dazi al 45% fa venire i brividi.
Questo fatto della democrazia dell’auto, come ci è venuto da dire, è in realtà questione molto più spessa e molto più importante in chiave di prospettiva dell’industria stessa.
Possiamo pensare a un’industria dell’auto fiorente o anche solo sopravvivente, senza pensare a una declinazione ampia, di massa dell’auto stessa? Possiamo pensare, anche in questo medioevo della società dove le differenze tra gli uomini anziché ridursi si ampliano, di sostituire tutto il vasto sistema produttivo dell’auto con una focalizzazione su una quota minoritaria, quella che si esprime nei segmenti premium, luxury e balle varie, che al più può soddisfare il 20% della popolazione?
Qui emerge tutta la stortura di una tesi portata avanti dai costruttori occidentali e favorita, questa sì, dalla politica.
Tesi in cui, consapevoli dell’ampio gap tecnologico e di capacità produttiva, i produttori occidentali e anche americani abbiano deciso una sorta di ritirata strategica dai segmenti di massa della motorizzazione, ignorando bellamente la devastante conseguenza industriale e conseguentemente socioeconomica. E oggi che ci troviamo senza clienti e senza prodotto sembra naturale dare la colpa ai cinesi.
L’amara realtà della nostra contemporaneità sta nel sognare il passato anziché pensare a un nuovo futuro dell’umanità.
Scomodare tutte queste categorie per l’automobile?
La nefasta prospettiva che vede nella guerra la soluzione alla sovrappopolazione e alla perdita di potere dell’occidente ci sembra semplicemente folle.
Semplicemente perché significa non sapere dove si andrà a finire… e insistiamo nel dire che i problemi si possono pure ignorare, si può pure mettere la polvere sotto il tappeto, ma poi questi inesorabilmente arrivano.
È questo il tema, per esempio, del surriscaldamento del pianeta che ci pone in una drammatica prospettiva di morte.
Ci vuole “religio”, ci vuole di ritrovare anche grazie alla nostra classe dirigente industriale e politica la strada dello stare insieme, condividendo valori e principi. E su questa strada della pacatezza e del pensiero dovremmo sentirci tutti impegnati.
Per intanto guardiamo con interesse quei progetti di integrazione più ampia, è ad esempio il caso della politica Eu di BYD, ma anche della Jv Stellantis-Leapmotor.
Insomma, ecco le nostre buone intenzioni di inizio anno, e visto che ci siamo, iniziamo con un autentico pezzo di letteratura il nostro cammino nel cibo, autore Enzo Bianchi, abate fondatore ed espulso della Comunità di Bose ed è una sintesi estrema di un pezzo che si chiama: “Come dire ti voglio bene“, tratto dal libro “Il pane di ieri”, Einaudi.
“Parliamo del cibo…: il cibo è qualcosa per cui si ha cura, si deve ‘avere cura’ perché è proprio dal mangiare, dalla tavola che si ricevono lezioni ed insegnamenti, oltre che consolazioni…
La cucina innanzi a tutto… Sì, la cucina è il luogo che pone un salutare ‘frattempo’ tra i prodotti e il loro consumo, ma ha soprattutto il pregio di riunire ciò che dalla natura giunge a noi separato e di trasformarlo in modo che la natura sia intersecata dalla cultura.
La semantica fondamentale l’abbiamo imparata con la bocca: ciò che è commestibile e ciò che non lo è, ciò che possiamo mettere dentro, mangiare, e ciò che deve assolutamente restare fuori… Operazione straordinaria che rende intelligenti. Si pensi, per esempio, a un’operazione che al tempo della mia infanzia e adolescenza era quotidiana: prepara la ‘salsa’ per la pasta, quello che oggi si chiama sugo o ragù.
Il ragù doveva sobbollire lentamente per due o tre ore, finché si fosse addensato e ricoperto di un velo scuro dato dai succhi delle carni. E poi, la ‘salsa’, il ragù non doveva mai essere abbandonato a se stesso, in nessuna fase della sua cottura: se non è sorvegliato, soffre! Nulla induce alla riflessione, come accudire un ragù…
Accanto all’officina della cucina c’è poi l’epifania della tavola…
Ma cosa fa di un tavolo una tavola?
Come per il cuoco, anche per i commensali tutti i sensi dovrebbero essere coinvolti quando si inizia a mangiare: si guardano i piatti, preparati anche per gli occhi, si odora per cogliere aromi e profumi, si sente con il tatto il caldo e il freddo, si gusta con il palato…
In un paese di vigne poi, a tavola il vino non mancava mai, ma anche in questo vi era il modo di distinguere il quotidiano dalla festa: nei giorni feriali c’era il fiasco, ma per le grandi occasioni si stappava una bottiglia del vino migliore, tenuto appositamente da parte per gli amici, e faceva la sua comparsa troneggiando come un bene prezioso.
Davvero la cucina e la tavola sono l’epifania dei rapporti e della comunione. Far da mangiare a una persona amata, prepararle un pranzo o una cena è il modo più concreto e semplice per dirgli: ‘Ti amo, perciò voglio che tu viva e viva bene, nella gioia!’”.
Pax et bonum.
Chi non ha immaginato che il Concessionario sarebbe stato sostituito dalle piattaforme digitali e dalla vendita diretta?