E a proposito di rinvii, qualche domanda sorge quando si chiede di anticipare al 2025 la revisione dei regolamenti sulle emissioni.
Il gradino Hillary (Hillary Step) è stato un passaggio in prossimità della cima dell’Everest a un’altitudine di 8.790 metri. Costituito da una parete di roccia quasi verticale di circa 12 metri, si trovava sulla cresta di Sud-Est ed era l’ultimo passaggio particolarmente impegnativo per avere accesso alla vetta. La descrizione è al passato perché un violento terremoto, registrato in Nepal il 25 aprile 2015, ha causato il crollo di alcuni massi in prossimità del gradino, facendo in modo che si formasse una rampa di neve e rendendo quindi il superamento della parete molto più semplice. Un passaggio complesso quello vissuto dalle Case in questo periodo. Prese dai bilanci di fine anno e dalle previsioni per il prossimo, schiacciate tra il desiderio di andare in vetta e le difficoltà da superare. Con BMW, Mercedes, Stellantis, Volkswagen costrette ad abbassare le stime sul 2024 e a rivedere i programmi per il 2025. Nemmeno le agenzie più accreditate possono essere di aiuto. Se le previsioni di Moody’s per il 2024 erano in positivo e l’ultimo rapporto dell’anno – siamo a ottobre – parla di “attuale debolezza del mercato e la relativa volatilità limitano in modo significativo le capacità di previsione”, deve risultare ancora più difficile dare credito a un’affermazione tipo: “Il ritorno a una crescita visibile delle vendite e dei margini potrebbe essere rinviato alla seconda metà del 2025”. Una visione fumosa, come se di fronte all’Hillary Step si potesse contare su rinvii, non considerando la mancanza di ossigeno (siamo oltre gli 8mila, nel bel mezzo della “zona della morte”), aspettando un terremoto per andare in vetta passeggiando su un pendio innevato. E a proposito di rinvii, qualche domanda sorge quando si chiede di anticipare al 2025 la revisione dei regolamenti sulle emissioni. Chiedere che venga anticipata la revisione su un anno ormai praticamente in corso sembra davvero un atto di fiducia incondizionata nella velocità del meccanismo legislatore dell’Unione. È stato detto: ogni eventuale cambiamento della norma dovrà essere concordato dalla Commissione europea d’intesa con i governi Ue e l’Europarlamento. Vale a dire che serve un confronto politico su vasta scala, su un arco costituzionale molto diverso e decisamente più frazionato rispetto a quello del mandato von der Leyen precedente. Il Green deal si blinda da sé, difficile ipotizzare una risoluzione nei tempi che la modifica richiederebbe. E se c’è una cosa che ha fatto male in questo periodo – oltre alla perdita di tempo – quella è l’incertezza. Meglio invece dare certezze. Cioè quel che ha chiesto Tavares durante la recente audizione in Parlamento, con un ragionamento semplice. La politica (Italia compresa) ha chiesto l’elettrico secondo precise modalità, il costruttore Stellantis è pronto, ma serve sostegno ovunque, in Italia di più. A chi scrive preme da sempre il problema dell’energia, il più cruciale della vicenda elettrica. “Si stima che al 2030 la domanda di energia elettrica per la ricarica di veicoli elettrici peserà solo il 4,2% dei consumi totali (6% a livello europeo)”, afferma Daniela Biscarini, Ceo di Ewiva, nell’intervista che proponiamo in questo numero. Quindi il problema della quantità non sussiste. Quello della qualità e del costo però sì. Intendendo per qualità la fonte della stessa energia. Infine, scrivere di minerali critici dà sempre un po’ di colore. Sparsi sul fondo dei mari oceani ci sono quantitativi imbarazzanti di ogni tipo di minerale: nichel, rame, cobalto, manganese. Circa il 70% del nostro pianeta è ricoperto da acqua e le miniere in acque profonde diverranno presto parte integrante della fornitura globale. C’è l’International Seabed Authority, un organismo che sta provando a fare ordine su come dovrebbe essere regolata l’estrazione. Naturalmente alcuni gruppi ambientalisti vogliono un divieto assoluto, altri, come la Cina, sono molto interessati.
Sul gradino Hillary in attesa del terremoto
Il gradino Hillary (Hillary Step) è stato un passaggio in prossimità della cima dell’Everest a un’altitudine di 8.790 metri. Costituito da una parete di roccia quasi verticale di circa 12 metri, si trovava sulla cresta di Sud-Est ed era l’ultimo passaggio particolarmente impegnativo per avere accesso alla vetta.
La descrizione è al passato perché un violento terremoto, registrato in Nepal il 25 aprile 2015, ha causato il crollo di alcuni massi in prossimità del gradino, facendo in modo che si formasse una rampa di neve e rendendo quindi il superamento della parete molto più semplice.
Un passaggio complesso quello vissuto dalle Case in questo periodo. Prese dai bilanci di fine anno e dalle previsioni per il prossimo, schiacciate tra il desiderio di andare in vetta e le difficoltà da superare. Con BMW, Mercedes, Stellantis, Volkswagen costrette ad abbassare le stime sul 2024 e a rivedere i programmi per il 2025. Nemmeno le agenzie più accreditate possono essere di aiuto. Se le previsioni di Moody’s per il 2024 erano in positivo e l’ultimo rapporto dell’anno – siamo a ottobre – parla di “attuale debolezza del mercato e la relativa volatilità limitano in modo significativo le capacità di previsione”, deve risultare ancora più difficile dare credito a un’affermazione tipo: “Il ritorno a una crescita visibile delle vendite e dei margini potrebbe essere rinviato alla seconda metà del 2025”. Una visione fumosa, come se di fronte all’Hillary Step si potesse contare su rinvii, non considerando la mancanza di ossigeno (siamo oltre gli 8mila, nel bel mezzo della “zona della morte”), aspettando un terremoto per andare in vetta passeggiando su un pendio innevato. E a proposito di rinvii, qualche domanda sorge quando si chiede di anticipare al 2025 la revisione dei regolamenti sulle emissioni. Chiedere che venga anticipata la revisione su un anno ormai praticamente in corso sembra davvero un atto di fiducia incondizionata nella velocità del meccanismo legislatore dell’Unione. È stato detto: ogni eventuale cambiamento della norma dovrà essere concordato dalla Commissione europea d’intesa con i governi Ue e l’Europarlamento. Vale a dire che serve un confronto politico su vasta scala, su un arco costituzionale molto diverso e decisamente più frazionato rispetto a quello del mandato von der Leyen precedente. Il Green deal si blinda da sé, difficile ipotizzare una risoluzione nei tempi che la modifica richiederebbe. E se c’è una cosa che ha fatto male in questo periodo – oltre alla perdita di tempo – quella è l’incertezza. Meglio invece dare certezze. Cioè quel che ha chiesto Tavares durante la recente audizione in Parlamento, con un ragionamento semplice. La politica (Italia compresa) ha chiesto l’elettrico secondo precise modalità, il costruttore Stellantis è pronto, ma serve sostegno ovunque, in Italia di più.
A chi scrive preme da sempre il problema dell’energia, il più cruciale della vicenda elettrica. “Si stima che al 2030 la domanda di energia elettrica per la ricarica di veicoli elettrici peserà solo il 4,2% dei consumi totali (6% a livello europeo)”, afferma Daniela Biscarini, Ceo di Ewiva, nell’intervista che proponiamo in questo numero. Quindi il problema della quantità non sussiste. Quello della qualità e del costo però sì. Intendendo per qualità la fonte della stessa energia.
Infine, scrivere di minerali critici dà sempre un po’ di colore. Sparsi sul fondo dei mari oceani ci sono quantitativi imbarazzanti di ogni tipo di minerale: nichel, rame, cobalto, manganese. Circa il 70% del nostro pianeta è ricoperto da acqua e le miniere in acque profonde diverranno presto parte integrante della fornitura globale. C’è l’International Seabed Authority, un organismo che sta provando a fare ordine su come dovrebbe essere regolata l’estrazione. Naturalmente alcuni gruppi ambientalisti vogliono un divieto assoluto, altri, come la Cina, sono molto interessati.
Chi non ha immaginato che il Concessionario sarebbe stato sostituito dalle piattaforme digitali e dalla vendita diretta?