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Tutta la verità, nient’altro che la verità, ma solo salvando l’anonimato

Un uomo sposato con una donna che ha i capelli biondi, una mattina trova nella propria cassetta della posta una lettera che sulla busta non porta il nome del mittente. L’uomo apre la busta e legge la lettera.
Dice così: “Tua moglie è bionda, sappilo. Firmato: un amico”. Questo è quello che si definisce un nonsense. Scelto e utilizzato non a caso per illustrare qualcosa che davvero sembra non avere senso. Almeno agli occhi di un giornalista – uno cioè che di comunicazione campa e, a volte, perfino muore. Uno dei momenti più emozionanti della vita di un giornalista è quello in cui riceve l’invito, da un rappresentante del mondo del quale la sua professione lo porta ad occuparsi (diciamo il mondo dell’auto?), a fare due chiacchiere al riparo da occhi indiscreti, “perché ci sono cose importanti che devo dirti”. Momento adrenalinico senza pari. Lo scoop è dietro l’angolo, è chiaro. L’incontro lontano da occhi indiscreti finalmente avviene. Il giornalista ha fretta di sapere, ma non insiste, aspetta che sia il suo interlocutore ad aprirsi. Si parla del più e del meno, il discorso appare quello che poi è: un discorso di routine, gira lento su se stesso, il punto ad ascoltare il quale il giornalista si era preparato sembra non arrivare mai. Poi, all’improvviso, l’interlocutore dice: “Insomma, hai capito?”.

Il giornalista fa due conti: ha ascoltato il suo interlocutore parlare di cose che sono sotto gli occhi di tutti, ogni giorno, e che tutti conoscono; lo ha ascoltato descrivere con garbo e obiettività le più o meno complesse dinamiche del suo rapporto con la Casa, o del suo rapporto con le Istituzioni, o del suo rapporto con il cliente – dipende da chi è l’interlocutore. Il giornalista capisce che non c’è nessuno scoop, anzi. Eppure, naturalmente, prima di congedarsi l’interlocutore ci tiene a raccomandarsi: “Ti ho parlato in confidenza, ricordatelo: non fare il mio nome”. Off records, yes. Il niente-che-non-si-sappia-già ma in forma rigorosamente anonima. Sembra un’ossessione, nel mondo dell’auto. Mai in vita sua il giornalista, che pure di interviste ne ha fatte a centinaia, ha ricevuto così tante volte la richiesta di poter leggere quello che ha scritto prima che venga mandato in stampa: “Sai, non vorrei urtare la sensibilità di…”, gli viene ripetuto ogni volta. Il giornalista non è un dinamitardo. Non cerca la dichiarazione a effetto. Per lo più cerca di capire. Sa che il suo ruolo, a volte, è quello di fare da tramite tra settori dello stesso mondo che, chissà perché, faticano a comunicare. Si presta a ricoprire quel ruolo, quando accade. Né trova che le cose che gli vengono dette siano banali in quanto già note, anzi: è proprio perché gli vengono ripetute così spesso che rietiene sia ora di metterle in comune, alla luce del sole. Addirittura sarebbe ben lieto di abdicare al suo ruolo di latore di messaggi, se il prezzo da pagare fosse vedersi (ri)aprire quel canale di comunicazione che adesso è interrotto. Perché anche lui ci tiene, a questo mondo dell’auto nel quale è dentro, direttamente o indirettamente, da tutta una vita. E poi sa che ne ricaverebbe un beneficio personale: potrebbe tornare a interpretare il suo ruolo per quello che davvero è. Dietro il pc, davanti alla tastiera, dentro le pagine del suo giornale. Il prodotto del suo lavoro, sul quale è scritto a chiare lettere: eccomi, questo sono io. @

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