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Un quadro complesso, con molte chiavi di lettura. Dove l’auto può ripartire solo con nuove tecnologie

E, diciamocelo con franchezza, c’è un che di ironico, o forse semplicemente beffardo, in questa storia che solo da noi può succedere.

A chi scrive è capitato un paio di mesi fa, accompagnando un amico regista che sta producendo un’inchiesta sulla vocazione di fede, di partecipare all’intervista a un prete che per oltre trent’anni ha fatto l’operaio nel ’69 e dintorni alla Carello, nota fabbrica di fanaleria auto di Stupinigi.
Ebbene il reverendo, vicino agli 80, raccontava ancora oggi con occhi sbarrati di quando faceva i turni e al mattino presto, in un bus affollato, attraversava Mirafiori per andare al lavoro, e di quella gigantesca massa multiforme che erano i 60.000 che lavoravano in quel grande sito industriale.
Una città più grande di Biella non bastava a definire la popolazione di quello stabilimento, diviso tra meccanica e carrozzeria da due grandi arterie, Tazzoli e Settembrini, corsi dedicati a un presbitero e un poeta, entrambi patrioti.
Oggi, nelle intenzioni Stellantis, questo stabilimento verrà destinato (dopo l’implosione dei progetti e soprattutto dei volumi Maserati e 500 elettrica) all’assemblaggio della piccola cinese, la T3 di Leapmotor, il partner cinese del gruppo, oggetto di quella formidabile, cinica, forse anche spregiudicata alleanza con bacio in bocca al nemico.
Se ci pensate, senza chiudere gli occhi, in queste due immagini è racchiuso il destino non solo dell’automobile, ma anche del nostro Paese.
E, diciamocelo con franchezza, c’è un che di ironico, o forse semplicemente beffardo, in questa storia che solo da noi può succedere.
È completamente mancato il presidio su questo pezzo di mondo che è produrre auto, e anno dopo anno, forse proprio a partire dalla nefandezza prodiana di regalare Alfa Romeo a Fiat, abbiamo consentito che si smontasse la competenza italiana sul tema, competenza che c’era come dimostrano i nostri primati sulle super car e sulla componentistica.
Ma forse c’è anche del positivo in questa storia, forse si produrranno molte auto, perché questa city car cinese potrebbe piacere agli italiani e non solo.
E assisteremo così a una nuova vita di Mirafiori cosa che tutti ci auguriamo e soprattutto i torinesi, in quella prigione d’oro che sta diventando la bella e irrimediabilmente decrepita ex capitale dell’auto italiana.
Certo, l’auto e tutto quello che le sta intorno sono in un grande tormentone dove è difficile avere certezze, da una parte cresce il premium e il lusso, fenomeni della società che ostenta ma anche delle vendite a debito, con i finanziamenti, e ristagnano i segmenti popolari, mancano soldi e certezze.
Cresce, timida, ma sostenuta da forti motivazioni economiche, ma per qualche verso anche etiche, l’attenzione al riuso.
Una testata dell’aftermarket ha promosso anche una campagna ad hoc, che ha in sé qualcosa di autentico, la genialità delle cose semplici: “Salva il pianeta, ripara la tua auto. Risparmia le tonnellate di carbonio della produzione di una nuova auto”.
Questo è un tema coerente a cosa siamo, un Paese con auto molto vecchie che hanno bisogno di attenta manutenzione, a ciò che abbiamo, e a ciò che possiamo fare per “salvare il pianeta”.
Ed è anche una parola d’ordine trasversale che può trovare interessati sia Dealer sia officine e ricambisti e anche, non lo escluderemmo, Case auto, proprio su queste pagine Massimo Nalli, il mese scorso, affrontava il discorso.
Per fare andare avanti queste cose servono ingredienti anche politici, forse di opinione, sicuramente bisogna smetterla di fare i fenomeni e smetterla di pensare che per sostenere la crescita dell’auto, perlomeno della sua commercializzazione, basti aumentare l’indebitamento delle famiglie con rate che chiamiamo servizi…
E non pensiamo che l’auto possa ritrovare il fascino della motorizzazione di massa, non sono più tempi, e soprattutto non è più così necessario.
Per quanto nel nostro Paese non ci siano realtà di grande inurbamento, la maggior parte dei giovani vivono in centri dove l’auto non serve e se vogliono spostarsi dove interessa loro, per pochi soldi, almeno per ora, c’è sempre un aereo low cost disponibile.
Per questo l’auto che ho, non quella usata che posso comperare, la mia, quella che conosco, può diventare una soluzione che sposta in avanti di anni, parecchi anni il problema della sostituzione.
Un fatto certo è che in tutta Europa cresce di molto l’età delle vetture, e noi siamo tra i numeri alti delle auto per 1.000 abitanti.
In alcuni Paesi, come la Francia, cresce poi il numero delle famiglie che non hanno nemmeno un’auto, il 15%, e quelle che hanno solo un’auto sono il 49%.
Se vogliamo, a questo processo di disaffezione dall’auto concorrono fattori di comportamento sociale che cambia, come il lavoro a distanza inaugurato nella pandemia che, oltre a lasciare palazzi di uffici vuoti, impatta le percorrenze e le auto in modo significativo.
Insomma un quadro complesso e con molte chiavi di lettura, che induce ad affermare che tutta la filiera dell’auto può ripartire solo con nuove tecnologie (di cui l’elettrico è sicuro interprete), ma nuove idee per incontrare l’evoluzione dell’uomo, ovvero del nostro cliente.
Bene, appena fuori da un paio di settimane piovose, viene da pensare al riso. A quelle distese di piane acquose dove cresce protetto dal freddo il riso, siamo nel vercellese, nel novarese, in Lomellina.
Fino agli anni ’50 l’Italia era tagliata in due. Dalle Marche in giù si trovava la pasta, anche se meno facilmente di oggi, mentre al Nord, con un clima diverso e la possibilità di condurre le “marcite”, si coltivava e consumava il riso”.
Cesare Battisti, che condivide il nome con eroi irredentisti e delinquenti truccati da rivoluzionari, è un cuoco milanese geniale e simpatico, che ha aperto anni fa un ristorante nell’area ex-isola ora city life, e fa tante cose con il riso.
Dal riso e prezzemolo che riconda le ricette semplici di casa. Una minestra lenta condita di prezzemolo che va in padella ad inizio cottura. Ma il riso a Milano e al Ratanà, così si chiama il ristorante, è protagonista anche in un dessert, il rosolatte, che si prepara semplicemente facendo andare a lungo riso, latte e zucchero. E poi c’è il piatto dei piatti , l’ossobuco con il riso giallo, “L’oss büs è un piatto autenticamente meneghino. La base è un taglio ritenuto povero – lo stinco di vitello – rosolato con burro e odori e poi cotto a lungo”.
Ad accompagnarlo c’è la gremolata, una salsa a base di prezzemolo, carota, aglio, scorza di limone.
E cosa beviamo, fate un poco voi, voto Bonarda, Gutturnio, Barbera vivace ma anche Lambrusco, importante che sia Sorbara, per me.

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